
Francesca Pierantoni: sul palco, il sentire insieme
Attrice, regista, drammaturga, insegnante, professionista di rara generosità e di grande sapienza.
Abbiamo incontrato Francesca Pierantoni, fondatrice di Officine Guitti e amante appassionata del Teatro e di tutto ciò che contiene.
Ciao Francesca, sul sito di Officine Guitti è riportato che “hai deciso di mettere al servizio dell’insegnamento l’esperienza di attrice e drammaturga”.
Parlaci della formazione teatrale e della sua importanza.
Ho iniziato a fare teatro prestissimo e tardissimo.
Prestissimo perché a nove anni i miei genitori mi regalarono un libro, “Shakespeare per la gioventù”: un’edizione Giunti con brevi riassunti di tantissime opere di Shakespeare.
Così, ammaliata da queste storie pazzesche, già a nove anni, nel giardino della casa Riccione dove passavo l’estate, giocavo a fare la regia dei miei testi preferiti con gli amichetti del mare.
Tardissimo perché dagli anni dell’adolescenza mi sono dedicata alla danza, fino a che ho dovuto smettere per un infortunio, ed è stato lì, a trent’anni, che ho riscoperto il mio primo amore: il teatro.
Ero già troppo vecchia per fare un’accademia, quindi mi sono formata a suon di corsi, laboratori, workshop, masterclass, diventando bulimica di tutto ciò che poteva nutrire le mie conoscenze e aumentare le mie capacità.
Ho conosciuto maestri incredibili, alcuni con nomi famosissimi, grandi registi che lavorano in tutto il mondo, ma anche “piccoli” insegnanti che mi hanno trasmesso una loro visione.
Ognuno di loro mi ha aperto una porta su una soglia al di là della quale esiste un territorio infinito che mai nessun attore potrà mai esplorare in toto.
Per questo sento la costante necessità di continuare la mia formazione.
Devo assorbire per riuscire a dare.
Da un primo corso di 8 persone, un adattamento shakespeariano, nel corso degli anni la scuola di Officine Guitti è cresciuta fino ad avere 80 allievi all’anno, impegnati in 10 differenti produzioni.
Quale è stato il clic che ha fatto raggiungere questo risultato?
Non c’è stato un click vero e proprio.
È stata una naturale progressione.
Un lento divenire, dato da un impegno costante. Ho lavorato sempre con uno scrupolo e una dedizione assoluti.
E più vedevo risultati, più mi saliva la “tigna” di fare meglio.
Più lavoravo sodo, più mi rendevo conto di quanto avrei potuto lavorare più sodo.
Dopo ogni spettacolo, anche quello più riuscito, il mio primo pensiero è: dove potevo fare meglio?
Questo senso di “inadeguatezza”, questa mia coscienza che non sarò mai all’altezza di una cosa così grande come il Teatro, è quello che mi ha fatto crescere così.
Nel tentativo testardo di dover fare di più.
Sono arrivata a dieci produzioni l’anno perché sto con la testa bassa a lavorare.
Senza stancarmi mai.
Senza sentirmi mai abbastanza brava.
Questo inevitabilmente fa sì che i miei spettacoli siano sempre fatti al massimo delle mie potenzialità, che crescono con l’esperienza.
Tra le tue allieve e i tuoi allievi ci sono parecchi giovani, e sappiamo quanto sia difficile avvicinare giovani e giovanissimi al Teatro.
In una società in cui tutto si “scrolla” e l’attenzione media è scesa sotto i 7 secondi quale pensi sia l’approccio giusto per attrarre le nuove generazioni?
L’approccio giusto è far capire la possibilità di vivere emozioni reali. Scrolli sette secondi. Poi? La noia. Il vuoto.
A teatro vivi vite non tue, lontanissime da te. Vite incredibili. Impossibili nel quotidiano. A teatro sei un re, un assassino. Sei Dio, sei una puttana.
E quando ti ricapita?
Nel corso del tempo è cambiato il ruolo dell’attore e la sua funzione?
Non credo. È cambiato il linguaggio. Sono cambiate le tecniche.
Ma la funzione dell’attore, quella di riportare su di sé, su un palco, un impulso emotivo comune, il dar luogo per tutti coloro che assistono a storie di umanità collettiva, non è cambiata.
Io, attore, sono il tramite che collega la tua pancia ad una “simpatia”, dove “simpatia” ha il significato greco del “syn pathos”: il sentire insieme.
Ecco, questo non cambierà mai.
In un’epoca dominata dai media digitali, quale pensi sia oggi il ruolo del Teatro nella società?
Una funzione importantissima.
Creare, diffondere, far capire l’importanza della bellezza.
Vedere una scenografia evocativa, ascoltare una musica che sottolinea un momento di emozione, assistere a storie raccontate qui e ora, sentire vibrare il tuo corpo di attore a distanza di pochi metri dal mio corpo di spettatore, crea bellezza. Crea verità. Che è ciò che manca oggi.
Ora azzardo una previsione ardita: credo che nel prossimo futuro avremo più consapevolezza di quanto il virtuale sia inconsistente.
E qui sta un paradosso stupendo: il teatro, che è finzione, diventa più vero del reale, perché dal reale attinge la verità. Ecco. Pirandello sarebbe orgoglioso di me.
O forse ho solo detto una str…ta…
Un po’ ovunque, forse per colpa dei social, tanti si definiscono attori, registi, autori senza avere mai calcato palcoscenici importanti, senza un percorso definito professionale, ma nonostante questo tengono corsi di recitazione o mettono in scena spettacoli egoriferiti.
E in questo modo il pubblico continua a confondere la “parrocchia” con il Teatro vero. Cosa ne pensi?
Penso che, di base, la spinta a fare teatro sia una cosa positiva. Anche se hai poca scuola, poca cultura, poca tecnica e poca consapevolezza di queste mancanze.
Il problema nasce quando, senza questa consapevolezza, credi di essere un professionista.
Se lo fai, come diceva Wilde, “art for art’s sake”, facendo arte per amore dell’arte, come un omaggio, un inchino, lo capisco e lo apprezzo.
Se tenti di spacciare il tuo tributo, la tua passione, per professionalità, fai male al teatro, fai male a chi ti segue e fai male a te stesso, perché prima o poi la gente lo capirà che non sei capace. E comunque io ho fiducia nel pubblico.
Il pubblico lo vede se uno spettacolo è ben fatto, ben scritto, ha un senso oppure no. Anche senza cultura teatrale.
Anche lo spettatore con meno mezzi lo sente se lo spettacolo è “wow” o se lo spettacolo è “boh”.
Il Teatro ha ancora un potere di trasformazione sociale e culturale?
Trasformazione non lo so.
Sicuramente di critica, di contraddittorio.
Sicuramente stimola il pensiero autonomo, e muove domande fondamentali, a cui poi ognuno darà le sue risposte.
Sicuramente dà spunti di riflessione che oggi sono più che necessari.
Il teatro contemporaneo riesce a parlare il linguaggio delle nuove generazioni?
Il teatro riesce a parlare qualunque linguaggio.
Se si è capaci di scriverlo. Ogni testo teatrale parla di umanità.
E ogni essere umano è capace di ascoltare.
Per questo io spesso mi prendo la responsabilità di adattare anche i testi più solenni ed intoccabili.
Un esempio: nel 1668 il pubblico andava a vedere “L’Avaro” di Molière e rideva a crepapelle.
Io, che allestisco “L’Avaro” nel 2025 tradisco di più Molière a mettere in scena il testo come lui l’ha scritto (quindi con un linguaggio che ad oggi non funziona più e non risulta divertente come allora) oppure lo tradisco di più a prendere la sua storia, le sue dinamiche, le sue relazioni, il suo messaggio, e ad adattare il tutto in modo che chi lo vede oggi rida a crepapelle come nel ‘600?
Io la mia risposta me la sono data.
Lo tradisco di più a metterlo in scena così com’è, rinunciando allo spirito con cui lui lo avevo scritto.
Per questo il mio Avaro, che sarà in scena a maggio, sarà ambientato negli anni ’80. Perché voglio che la gente esca da teatro e dica: “Che figata Molière!”.
Sono supponente? Può darsi. Mi accollo il rischio.
Il regista Francesco Brandi ha detto “Il Teatro è il migliore incontro che possiate fare nella vita”. Quali sono gli incontri importanti che Francesca Pierantoni ha fatto per e con il Teatro?
Beh, il primo fu proprio con Francesco Brandi!
Ero una novellina assoluta, quando lui, per primo, mi apri quella porta oltre la quale io cominciai ad intravedere questo mondo infinito.
Poi tanti altri: mi viene in mente l’ITC Teatro, dove capii cosa vuol dire fare regia vedendo lavorare Pietro Floridia, e dove incontrai Micaela Casalboni, una dea della recitazione.
Poi Roberto Turchetta, il mio maestro principale, e giganti come Laura Curino, Cesar Brie, Giuliana Musso, Fabio Mangolini… Ultimamente ho avuto il dono di poter studiare alla Fondazione Zeffirelli, un vero tempio per l’arte teatrale.
Un luogo che anche solo come struttura è imponente.
Un palazzo storico nel pieno centro di Firenze che ti trasmette tutta l’importanza di ciò che stai facendo.
Altri incontri fondamentali li ho fatti da spettatrice, guardando quello che facevano gli altri, assorbendo di sponda, cercando di capire e di elaborare un mio stile personale.
Lo spettacolo teatrale che avresti voluto scrivere.
Facile. Romeo e Giulietta.
Un testo enorme, il più grande di sempre, nel quale la storia d’amore è solo la punta dell’iceberg.
Però, a ben pensarci, è molto meglio che l’abbia scritto Shakespeare, in effetti.
Anche di chi non sa nulla del teatro conosce questa storia e chi l’ha scritta: il drammaturgo più grande dell’umanità.
In questo modo Will resterà immortale nei millenni.
Lo spettacolo teatrale che avresti voluto dirigere.
Non riesco a citare uno spettacolo in particolare.
Ma mi piacerebbe tantissimo fare la regia di un’opera lirica.
La mia attenzione sarebbe rivolta in modo più consistente alla forma visiva, più che alla recitazione pura.
Alla scenografia, alle luci. E, non lo nego, avrei a disposizione un budget che noi registi di prosa ci sogniamo proprio…
Un Macbeth di Verdi lo farei di corsa, anche sfidando la sfortuna.
Lo spettacolo teatrale che, per qualsiasi motivo, non dimenticherai mai.
Oddio… tantissimi… “Tutto brucia” di Motus, una riscrittura delle Troiane di Euripide, un’opera visivamente inarrivabile.
“Mamsér – Bastardo”, una produzione ITC Teatro, due soli attori in scena, e mille personaggi perfetti, “La Mite” di Cesar Brie, il trionfo della tecnica per immagini… ma poi Paolini con “Il Racconto del Vajont” … Tantissimi. Tantissimi.
Allora ne scelgo uno, in modo narcisistico ed autoriferito: “Venere in Pelliccia” che mi ha visto in scena insieme al mio Maestro.
Un lavoro che mi ha fatto dire che, nonostante io debba continuare a lavorare sempre più sodo, sì, sono stata brava.
Grazie Francesca.
Qual è l’augurio che fai al Teatro?
Sale piene nei teatri più piccoli, quelli con risorse più limitate, quelli che scelgono l’eccellenza al di là dei “grandi” nomi.
Quelli che chiamano i giovani attori, i nuovi drammaturghi, quelli che investono in cultura vera.
Quelli che danno spazio alle idee, e non danno eco ai soliti personaggi che vediamo in televisione.
Quelli che mettono in cartellone roba nuova, fatta con le mani, con fatica e passione.
L’augurio è che tanti di coloro che vanno alle Celebrazioni a vedere Gianluigi Nuzzi, vadano al TaG a vedere “Polmoni”, e che capiscano la differenza.
Tra l’altro, al TaG, c’è più parcheggio.