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“SENZA CULTURA NON C’È CITTADINANZA”: L’INVITO DEL TAG NEL SUO ANNIVERSARIO

Dieci anni di attività, e un appello diretto alla società.
Per il decennale del TaG–Teatro a Granarolo, la presentazione della nuova stagione “La natura delle cose” ha posto una riflessione sul ruolo pubblico della cultura, ben oltre la semplice celebrazione.

Il punto di partenza è la comunità.
Il ruolo di un teatro – come si sa – è superiore a quello di una normale attività commerciale, perché produce valore culturale, coesione sociale e crescita critica: non vende un biglietto per uno spettacolo, ma svolge una funzione unica per la collettività.
Custodisce la memoria di storie e tradizioni, ma è anche uno spazio vivo dove nascono nuove idee e nuovi linguaggi; riunisce le persone in un luogo fisico condiviso, contrastando la solitudine e avvicinando estrazioni sociali diverse a temi universali; allena l’empatia e stimola la riflessione su presente, politica ed etica, in un modo che il consumo distratto non permette.
E spesso, nei territori, arriva a rigenerare quartieri difficili o abbandonati, trasformandoli in centri di vita.
Avere un teatro che funziona artisticamente restituisce un valore sociale inestimabile: un luogo che dà casa agli artisti, apre le porte alla bellezza e apre le menti.
Un valore che per il TaG si è tradotto in un decennio di crescita qualitativa capace di farsi conoscere ben oltre i confini del proprio territorio. Come sosteneva Philippe Daverio: “non devono esistere distinzioni di trattamento e sostegno tra luoghi culturali privati e luoghi culturali comunali, perché il servizio che rendono va a beneficio di tutti, generando sempre esternalità positive pubbliche”.

Nel sistema attuale, lo abbiamo notato più volte in Italia, scatta un puntiglio ottuso ogni volta che qualcuno prova a fare cultura sul serio, e la competenza rischia di essere sostituita dall’opportunismo, dai favoritismi e dal dilettantismo estetizzante.
Una mediocrità che genera mediocrità, e che finisce per abbassare il livello pur di autopreservarsi.
Da qui l’invito: la cultura non si difende da sola, va sostenuta, va difesa, non va mai considerata sacrificabile.

A sostegno di questa visione non si può evitare un richiamo agli antichi greci: “lo spettacolo teatrale è un elemento educativo essenziale per la comunità, determinante per la formazione della personalità e per la prosperità diffusa”.
Un’idea di teatro come laboratorio di cittadinanza che accostava simbolicamente le sedie del teatro a quelle dell’assemblea: lo spettatore e il cittadino votante come specchio l’uno dell’altro.
Un’eco che si ritrova anche nel pensiero di Aristotele, per cui l’uomo si forma come essere sociale proprio negli spazi collettivi della polis: “Senza teatro non può esistere la città, perché è nelle sue rappresentazioni che il cittadino sa chi è ed impara a vivere”.

Da questa visione nasce l’idea di un teatro che non deve essere innocuo, ma un disinfettante, una soluzione capace anche di bruciare sulle ferite, perché è da lì che comincia la guarigione.
La Cultura ci dice che bisogna inseguire il senso e non il consenso: per questo, sottolineano questi dieci anni di TaG, la cultura non può essere trattata come un capriccio, ma va riconosciuta come strumento primario per formare cittadini consapevoli.

In un momento drammatico come quello dei tempi che stiamo vivendo abbiamo bisogno di empatia, di risonanza di pensieri profondi, di passioni virtuose, di arginare l’arrogante ignoranza, di offrire esempi positivi.
Tutte cose che il teatro insegna da 2600 anni.

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